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Noi che l'atletica....

 

Questa sezione raccoglie contributi, testimonianze e aneddoti
di amici che hanno p
raticato e vissuto un'atletica che può sembrare fuori moda
ma che gli atleti di ieri
hanno il dovere morale di raccontare
e provare a far riscoprire agli atleti di oggi.




 

Noi mezzofondisti ci allenavamo tutti i giorni, cascasse il mondo: Pasqua, Ferragosto, Natale e Capodanno, sette giorni su sette, 365 giorni su 365.
Insomma, il riposo non era contemplato, fatta eccezione per i seguenti tre casi: infortunio muscolare, attacco influenzale, decesso.
L’impegno e i tanti sacrifici che facevamo per l’atletica non erano dovuti solo alla passione, ma anche… alla necessità. Sì perché l’atletica, e lo sport in genere, costituiva infatti l’unica possibilità, oltre alla scuola, per stare con altri ragazzi (tanti); il computer, i telefonini, i social network non esistevano ancora, e le occasioni per uscire di casa erano davvero poche, soprattutto se paragonate ai tempi d’oggi. Oltre tutto i nostri genitori, contrariamente a oggi e salvo qualche rara eccezione, non solo erano molto meno permissivi di oggi ma non vedevano di buon occhio neanche che i propri figli facessero sport perché lo sport… distraeva dallo studio.
Il nostro gruppo, quello dei mezzofondisti, era il più numeroso, forse una trentina di ragazzini e ragazzine, ragazzi e ragazze di tutte le età. Anche se gli allenamenti erano differenziati in quantità e in qualità in base all’età e alle capacità di ognuno di noi, ci allenavamo tutti insieme e sempre alla stessa ora: all’alba.
Tutte le mattine la sveglia suonava più o meno per tutti tra le 5 e un quarto e le 5 e mezzo, poi, chi a piedi, chi in bici, chi di corsa e chi in auto, al più tardi alle 6 eravamo al campo. Al buio. Se si dovevano effettuare delle prove in pista si restava al campo Coni, altrimenti via di corsa al Poetto, a seconda dell’età fino all’ospedale marino o alla Bussola o al Margine rosso, o a Foxi o anche oltre. Qualche volta, per variare, anziché andare al Poetto si optava per un giro per la città, a quell’ora ancora deserta. Attraversare in lungo e in largo la città ancora dormiente e silenziosa senza quasi incontrare anima viva, salvo qualche malcapitato che per motivi di lavoro era già in piedi, dava una strana sensazione ma suscitava in noi, sempre alla ricerca di motivi di divertimento che rendessero meno pesante e monotono l’allenamento, la tentazione di abbandonarci a qualche scherzo goliardico che, anche se non nuovo, ci divertiva ogni volta allo stesso modo, come quando, al passaggio in via Garibaldi o in via Manno, ogni volta qualcuno di noi puntualmente gridava a squarciagola “silenzio, c’è gente che riposa !”.
Gli allenamenti ovviamente non erano tutti uguali, variavano di giorno in giorno ma anche a seconda del periodo dell’anno. All’inizio della preparazione invernale, per esempio, si faceva molta corsa lunga, 25 o 30 km, prima lenta poi con il passare delle settimane via via più veloce, mentre all’approssimarsi della stagione delle gare aumentavano i lavori su pista. Ricordo una certa avversione per i lavori lunghi, tipo tre volte i 2000 o due volte i 3000 o i test sui 5000, ricordo come molto duri i lavori su distanze intermedie come gli 800, da ripetere sei volte, o sui 500, dieci o dodici volte, mentre i lavori sui 300 (15 o venti volte) o sui 200 (25 o 30 volte), per quanto durassero tanto, mi piacevano abbastanza. Quando si lavorava sugli sprint, invece, era una pacchia, o quasi. Ognuno di noi aveva un programma di allenamento ma non erano rari i “fuori programma”, i più temuti; arrivare al campo e conoscere solo all’ultimo momento il lavoro da effettuare provocava non poca apprensione. Ricordo che una mattina mi svegliai di soprassalto da un vero e proprio incubo: avevo sognato che, arrivato al campo, avevo chiesto al mio allenatore cosa avrei dovuto fare e lui mi aveva risposto “un 50.000” !
Al termine dell’allenamento doccia veloce e ritorno a casa stile pit-stop da formula 1: depositare la sacca, prendere i libri e via a scuola.
I nostri compagni di società che praticavano altre specialità, in particolare i velocisti e i saltatori, dubitavano seriamente delle nostre facoltà mentali, per loro eravamo dei poveri pazzi. Per loro, abituati ad allenarsi “all’ora dei signori”, cioè nel pomeriggio, e senza eccedere nella durata della corsa (il loro riscaldamento consisteva in non più di due giri di campo, il nostro in non meno di venti minuti di corsa), era inconcepibile che dei ragazzi sani di mente potessero alzarsi prima dell’alba per ammazzarsi di fatica e di chilometri. Noi mezzofondisti cercavamo di non dare peso alle loro continue prese in giro ma replicavamo definendoli in un solo modo: fighetti !
Insomma, mezzofondisti e velocisti/saltatori vivevano in due mondi paralleli e vivevano, forse anche vedevano, l’atletica in due modi diversi, profondamente diversi. Questo potrebbe far pensare a due gruppi contrapposti senza niente in comune. Assolutamente no. Aldilà degli sfottò reciproci, in occasione delle gare o delle trasferte i due gruppi (ammesso che si potessero definire tali) si fondevano in uno solo, in una grande tribù di cui facevano parte non solo gli atleti, ma anche allenatori, dirigenti, amici, molti dei quali con mogli, mariti, fidanzate e bambini al seguito, che si davano appuntamento al campo per fare il tifo per i compagni di squadra, ma anche per i ragazzi delle altre società, indipendentemente da piazzamenti e responsi cronometrici, nel nome e nel rispetto dei più alti valori sportivi.
I tanti anni trascorsi (e i tanti chilometri percorsi…!) non hanno minimamente scalfito il ricordo di tanti aneddoti e di tanti episodi felici e tristi, così come non hanno minimamente scalfito l’amicizia che ci univa e che ancora dopo tanti anni ci lega più che per avere praticato lo stesso sport per come siamo stati educati a farlo.

Nanni

 

Ho rivisto Aldo l’altro giorno. Secondo l’anagrafe supera abbondantemente i sessant’anni…in realtà l’ho visto come l’ultima volta, circa trent’anni fa, sembrava fresco di freezer.
Io ho perso diversi anni fa gli ultimi, radi capelli. Lui ce li ha tutti, magari ha lavorato un po’ di tintura; resta il fatto che per tingerseli uno ce li deve avere, i capelli..!
Probabilmente ha ancora in tasca un cronometro, gli ultimi dati sulle ripetute di Marina, le pillole per la pressione, programmi di allenamento vari: tutto l’equipaggiamento del perfetto allenatore rompiballe, attività in cui era ineguagliabile.
Il sottoscritto ha rischiato di finire sotto le sue grinfie, in un periodo in cui tentava un timido approccio sugli 800. Non erano bastate a dissuadermi le facce disperate dei suoi mezzofondisti, lo sguardo perso nel vuoto di Andrea, i primi sintomi di follia di “Crazy Horse” Renzo, Giuliano, potenziale grassone, (come oggi dimostra..) pur tuttavia magro come un chiodo, le ragazze, normalmente allegrissime, tragicamente mobbizzate in allenamento, tanto da dover ricorrere a tristissimi sotterfugi per potersi divertire un po’, tipo indossare il bikini sotto la canadese per prendere un po’ di sole alla prima fermata durante le uscite, o peggio, doversi nascondere i dolcetti nei doppifondi delle borse.
Avevo anche provato un allenamento, di quelli che avevano reso mitico il settore fondo-mezzofondo dell’UCLA pieno di campioni e campionesse.
6.45 di mattina al campo CONI, un microcosmo sconosciuto ai velocisti (a parte Roberto, che con qualunque tempo raggiungeva il campo tramite vespone anteguerra), un formicaio di persone; qualche amico che ritenevi disperso o ritirato anni prima e che invece era semplicemente passato al mezzofondo, risucchiato in quell’universo parallelo che era il campo CONI prima dell’alba. Quel giorno, e a quell’ora, ero stato invitato anch’io per un test sugli 800. Avevo preso per tempo il 3 delle 6.00, con il bigliettaio che aveva ancora il segno del cuscino;  varcavo barcollando il cancello, con i cani di Cristoforo, il custode, che abbaiavano a quello sconosciuto. Ancora, senza risposte, cercavo una ragione logica per quel furto perpetrato ai danni della mia dose quotidiana di sonno R.E.M.
Marina, nel frattempo, usciva tutta pimpante: aveva FINITO l’allenamento, compresi, nell’ordine: canonico  incazzo di Aldo, doccia, vestizione, trucco, crastulate con le amiche, varie ed eventuali…
E vabbè, facciamo questo test. Ero indietro con i tempi, non avevo ancora iniziato il riscaldamento, con i mezzofondisti veloci di Aldo, un gruppo terribile che mi guardava con comprensione, Renzo, Giuliano, Andrea, Piero, Pieraldo, i mezzofondisti resistenti: decine di persone. Avevano i motori a mille, il loro metabolismo era abituato a quest’orario malsano. Io, da parte mia, avevo ancora le giunture che cigolavano e la colazione che mi ballava nello stomaco. Seppi, anni dopo, che l’uovo frullato con lo zucchero era sì energetico, ma poco indicato per l’occasione. Per questa mia malsana abitudine venni ferocemente preso in giro per anni, e moderatamente criticato da Benito.
Per l’occasione, partenza in linea per simulare le condizioni di gara, grinta e concentrazione da finale olimpica. Andrea aveva pronto il giaciglio da svenimento, collocato strategicamente dopo il traguardo; questo, alle origini fatto di canadesi sovrapposte, con anni di esperienza si era evoluto in sacco a pelo e in quell’occasione una pratica brandina.
Aldo, alla partenza, sorvegliava il tutto con taccuino e cronometro multifunzione. A fianco il megafono, o forse no, bastava la voce, che, come è noto, nei momenti di estremo disappunto non sentivi più: frequenze che allertavano i soliti cani da caccia di Cristoforo. Lo sa Nanni, che gli sarà eternamente grato per essere entrato in Regione con la 104 a causa di permanenti problemi d’udito.
La gara è un ricordo confuso, un momento onirico, direi anche mistico: vidi più volte la Madonna di Lourdes e tutti i santi del calendario, equamente distribuiti lungo tutto il percorso. Non andai proprio male, però, se Aldo si mostrò disponibile a prendermi in considerazione. Per tutta una serie di motivi legati ad orari, tempo, studio, alla fine non mi fu possibile aderire. Alla luce di discreti risultati raggiunti qualche anno dopo negli ottocento, con mezzi e competenze non certo a questo livello, mi è rimasto un sincero rimpianto e la curiosità di sapere su quello che non è stato e sarebbe potuto essere: un’occasione persa.  Nonostante lo choc, infatti, la cosa non mi era dispiaciuta: l’’universo parallelo che era alla base dei successi del mezzofondo UCLA era un ambiente vivo e positivo. Ragazzi e ragazze molto affiatati, nel campo e fuori. Alle gare e nelle trasferte facevano gruppo, si sostenevano a vicenda e si incoraggiavano. Le “stelle” (e ce n’erano molte) non se la tiravano di sicuro; erano in prima fila quando c’era da fare casino, nei limiti concessi (e spesso moooolto oltre) dal loro aguzzino Aldo. Noialtri, quelli che si allenavano in orari cristiani, degli allenamenti saltati, dei tempi biblici sotto la doccia, del “oggi non sto bene salto le prove lunghe”, avevamo forse un concetto più “elastico” e consideravamo di sicuro meno “monacale” il vivere l’atletica.
Aldo era il mentore, il Deus ex machina di questo gruppo di masochisti. Può definirsi diversamente un cristiano disposto ad alzarsi prima dell’alba pur di non perdersi fatiche titaniche accompagnate da urla e improperi di un esagitato? Eppure erano tanti, lì, disponibili, candidati all’autodistruzione, all’autodemolizione, tutti motivatissimi. La prima motivazione, diciamo la più immediata, era correre, forte e bene, pur di placare l’ira di quel pazzoide con calzoncini extralarge che saltellava tra quelli che facevano milioni di 500, e accoglieva i reduci dai km lunghi, tipo campo-Margine rosso-campo a ritmi proibitivi, guardando con sospetto chi non aveva il canonico sguardo perso nel vuoto..
Ora, il gusto dell’iperbole mi porta un po’ ad esagerare (o no..?..), ma bisogna dare merito al merito, Aldo era un grande motivatore, sapeva valorizzare il ragazzo e l’atleta. Ti chiedeva molto, in termini di sacrificio, ma restituito con gli interessi, con risultati e la consapevolezza che con la fiducia in se’ stessi, adeguatamente supportata e stimolata, si raggiungono grossi traguardi. Ovvio che dietro ci deve essere una persona competente e preparata. Aldo lo era? I fatti parlano per lui.

Franco

 

 

5 giugno 1976, campo Coni, Cagliari. Baaang … è partita la gara dei 1500 metri piani… una girandola di chiodini affilati sfiora le mie gambe…  i più assatanati sgomitano per la testa della corsa, ma quello non è comunque affar mio e mi accomodo in mezzo al gruppo. E’ la seconda volta che faccio questa gara ma è la prima con la mia nuova squadra e ne indosso con orgoglio la canottiera sociale, è bella ma… cavolo, sembra fatta con lana merinos… pizzica e fa caldo !!!…
Dopo 300 metri passiamo di fronte alle tribune… siamo già un po’ sfilati, ma i primi non sono poi cosi lontani e il mio passo è tranquillo… quello spilungone biondino che all’ultima gara mi aveva fregato allo sprint ora è dietro di me, spero che ci rimanga...
Passaggio ai 700 metri… sono ancora a centro gruppo ma non sono più cosi tranquillo… anzi sono seriamente preoccupato… come cavolo faccio a tenere questo ritmo per altri due giri? Aldo, il mio allenatore, urla a qualcuno li davanti: stai attaccato!!!…  meno male che non mi vede perché diversi atleti mi passano davanti…
Passaggio ai 1100… dalle tribune il boato di urla e di incitamenti riservato ai primi non si è spento… anzi… sento che qualcuno urla anche il mio nome... non sono in grado di riconoscere da chi sono partiti gli incoraggiamenti, ma forse è solo grazie a quelli che proseguo… respiro… respiro…  chiedo a tutta l’aria del Coni di entrare nei miei polmoni…  la butto fuori in fretta…  ma me ne serve altra subito...
Il biondino! Cavolo…  il mio biondino è passato davanti e tenta di seminarmi!… in quel momento là davanti si materializza Aldo… ma… come diavolo ha fatto?… qualche secondo fa era dall’altra parte del campo… forse corre più di noi!!! Mi urla di andare a riprendere chi mi precede... pensavo di non riuscire ad intendere e volere… invece mi aggrappo alla scia di quel damerino… anche lui non se la passa poi così bene… la sua bella faccia ha l’espressione di chi ha ingerito cicuta…
Rettilineo finale… affianco il biondo… lo supero… mi risupera… arriviamo quasi insieme ma… questa volta vinco io.
Non mi accascio al suolo solo perché è pieno di pivelle e mi vergogno… piano piano riprendo conoscenza… vedo il biondo che si avvicina, mi dà una pacca sulla spalla e sorridendo mi dice: ­- Grazie !!! Sono riuscito a fare il mio personale! Ricambio il sorriso stupito… non è antipatico come sembrava.
Mi informo sui tempi: sono arrivato a più di 40 secondi dai primi, ma ho limato il mio personale di ben 8 secondi. Ora so che domani mi allenerò con più foga.

Giovanni

 

 

I ricordi vissuti in prima persona sono tanti, ma pensando a quei tempi uno sovrasta gli altri, anche i grandi risultati dei singoli atleti: l'immagine della gradinata durante le gare con gli atleti che indossavano la tuta e le grandi borse nere della società, i dirigenti e soci con rispettive  famiglie e i genitori degli stessi atleti; un grande, unitissimo gruppo sempre sorridente che con tanto entusiasmo incoraggiava, anzi trascinava i nostri ragazzi!!

Aldo

 

 

 







Ho esitato un po’ a scrivere perchè ogni pensiero mi sembrava troppo semplice e forse troppo tiepido per descrivere l'emozione che mi suscita il ricordo di quegli anni.
Improvvisamente... mi sono davvero ritrovata in quei tempi. Tempi di... corse in tutti i sensi !!! Corse in pista, corse in salita, corse con copertoni di ruote legate al corpo, corse per prendere al volo gli aerei con le scarpe chiodate ancora addosso… Corse, sempre corse! Ma ragazzi, la nostra è stata una meravigliosa corsa che ci ha accompagnato nei magnifici anni della gioventù… scrivo di getto e ciò che mi viene in mente ora sono le urla di Benito da una parte all'altra del Coni che mi gridava ''sei nella m…. fino a qui…!'' e si storceva all'indietro con il corpo in una mossa che imitata da Francesco mi faceva morire dal ridere!!!
Cosa posso dire, i ricordi sono tanti, ma ciò che ricordo con affetto indelebile è il gruppo, gli amici;  per ognuno ho ricordi unici… Franco  che vomitava nelle salite di Monte Urpinu, Andrea che mi diceva ''Non hai testa, quando inizi ad allenarti seriamente ?".. Le riunioni allegre e festose nella sede UCLA, gli scambi di idee tra mezzofondisti e velocisti, gli scherzi e le risate, le confidenze e i segreti e gli amori... il giornalino dell'UCLA che a rileggerlo ora ancora mi fa ridere e commuovere al tempo stesso... Amici, ci ha accomunato la condivisione di esperienze uniche, mi viene in mente l'emozione della partenza dai blocchi !!! Negli attimi precedenti lo sparo, ricordo che pensavo sempre che quel battito forte del cuore, quella sensazione strana di eccitazione, ansia e adrenalina..... dopo.....non li avrei provati più.. E che ne dite degli ultimi metri dell'ultima ripetuta sui 400 ! La sofferenza, ma anche la volontà di continuare, quegli ultimi metri sono serviti a tutti noi per andare avanti, con lo stesso coraggio e determinazione, nei momenti più difficili della nostra vita.
E' bello ritrovarci tutti imbrigliati nella ragnatela che ha tessuto per noi questa grande e allegra società che è stata l'UCLA. Le maglie che sembravano stramate scopriamo invece che sono sempre più salde . Mi piace ritrovarmi con tutti voi e scoprire che non siete cambiati, che nella vita , qualsiasi cosa voi facciate o siate diventati, siete rimasti nell'anima gli stessi ragazzi semplici, buoni e a volte un po’ malandrini... Mi rende felice quando vi incontro e non finiamo più di raccontare, ridere e scherzare come se solo ieri avessimo corso insieme. Mi fa sorridere scoprire che un amico atleta con cui correvo è diventato dirigente dell'ente per cui lavoro e pensava mi fossi dimenticata di lui; come si fa a dimenticare! Proprio non si può!

Roberta

 

 

 

Il giornalino della società prendeva forma a casa di Sergio; era lì che io, Gianni e appunto Sergio, cioè “la redazione”, ci vedevamo nel tempo libero per lavorare a un numero. In realtà non fummo molto prolifici perchè riuscimmo a far uscire soltanto tre numeri...
Io e Sergio avevamo più occasione di confrontarci sui contenuti o magari su un'idea da trasformare in un pezzo perchè ci vedevamo tutte le mattine al campo e spesso ci allenavamo insieme. Gianni, invece, si allenava al pomeriggio ed era più difficile da intercettare; inoltre, da buon velocista, era così veloce, ma così veloce, che anche quando ci si doveva incontrare per lavorare al giornalino spesso... non lo vedevamo neppure ! Per vendicarci lo nominammo segretaria di redazione.
Il giornalino (non dimentichiamo che a quei tempi non c'erano cellulari, siti web, blog, social network, e via discorrendo) era la bacheca delle attività della società, quindi nel giornalino trovavano posto i nostri “racconti” (non sempre seri...) delle gare, ma più in generale anche qualunque contributo o pensiero che chiunque, fosse atleta, tecnico o genitore, volesse condividere. Il tutto condito con “un pizzico” di ironia e tanta, ma proprio tanta goliardia. Per noi redattori l'imperativo che guidava il nostro lavoro era solo uno: divertirci, e devo dire che ci riuscivamo sempre...
Le “””“riunioni di redazione”””” (notare l’abbondanza di virgolette...) si svolgevano più o meno sempre nel seguente modo. Qualcuno portava un'idea su cui lavorare o, più spesso, un bersaglio da colpire; i più gettonati erano i nostri allenatori (per ovvie ragioni...) ma spesso anche un compagno di squadra che magari qualche giorno prima ci aveva involontariamente offerto uno spunto sul quale noi ci avventavamo prontamente per massacrarlo.
Non sempre si riusciva a chiudere un pezzo in un'unica seduta, sia perchè lavoravamo senza fretta (e questo spiega perchè riuscimmo a fare uscire soltanto tre numeri) ma anche perchè ci piaceva ritornare su un pezzo e integrarlo a più riprese. Una volta che avevamo messo insieme materiale sufficiente per fare uscire un nuovo numero, passavamo all'impaginazione (ovviamente l'unico mezzo che la tecnologia ci offriva era costituito dalla macchina da scrivere), non prima di avere sviluppato... la grafica, compito che era affidato assolutamente a Bruno. Bruno era il fratello di Sergio; bravissimo a disegnare, ogni volta si offriva volontario per realizzare le caricature delle vittime delle nostre penne, e ogni volta la sua geniale fantasia trasformava e dava tutto un altro senso al nostro lavoro.
Una volta “chiuso” il giornalino arrivava il compito più ingrato: ritornare alla macchina da scrivere e ribattere tutti gli articoli sul cliché, una sorta di infernale lenzuolino che sarebbe poi andato in pasto ad una altrettanto infernale macchina, il ciclostile. Quest'ultima parte della nostra fatica costituiva certamente la parte più noiosa; una volta stampate al ciclostile (che non descrivo perchè sarebbe troppo difficile raccontarlo a chi non l'ha conosciuto) tutte le copie di ogni pagina del giornalino, ed espletato il compito di pinzare le varie pagine, il frutto del nostro lavoro faceva il suo ingresso trionfale in sede per la distribuzione. L'uscita di un nuovo numero del giornalino era un evento, e non soltanto perchè raro.
Tutti i nostri compagni di squadra, compresi coloro che avevano fatto da bersaglio, si divertivano sempre molto a leggere le stupidaggini che avevamo partorito. Credo proprio che anche il giornalino, così come il nostro modo di praticare l'atletica e di stare insieme, contribuisse a farci sentire un gruppo davvero unito: infatti non era “un giornalino”, era “il nostro giornalino”.
Anche di recente quando, a distanza di tanti anni, qualcuno si è presentato con quei pochi fogli sgualciti e ingialliti dal tempo, sorprendentemente riesumati dal fondo di qualche vecchio baule, più di qualcuno ha esclamato “il giornalino !”

Nanni


Quanti importanti e bellissimi ricordi...legati agli anni della fondazione dell' UCLA. Uno stuolo di giovanotti (maschietti e femminucce dai 15 anni in su!!!) che dalla mattina alla sera calpestavano l'erba del campo CONI...una parte guidata dall'affettuosissimo Benito... gli altri frustati dall'insostituibile Aldo. Amicizie che nel tempo si sono consolidate, affetti che nonostante il passare degli anni non sono mutati. Che bei tempi abbiamo vissuto, ci si accontentava di poco allora…
… ci si incontrava anche fuori dal campo, frequentazioni anche con le famiglie di tanti di noi che ai tempi erano veramente “piccoli”. La libertà era decisamente diversa da quella dei ragazzi di oggi, ogni minuto passato in allegra compagnia durante gli allenamenti, oppure in pullman per recarsi a una gara, o ancora in macchina quando cresciuti un po’ abbiamo  potuto fare le trasferte con i compagni più grandi e patentati, era un regalo immenso che ci veniva fatto dai genitori decisamente più severi di quanto forse non lo siamo noi oggi con i nostri figli! La fatica e i sacrifici di certo non ci spaventavano… era decisamente più forte la voglia di stare insieme!
Il campo CONI è stato la culla dei primi amori, di semplici e sani divertimenti, di legami e amicizie importanti, è stato insomma una parte fondamentale nella vita di noi giovanissimi atleti, che guidati dai nostri allenatori, soci-educatori, e colleghi di sport più grandi, ci siamo affacciati un po’ impacciati e titubanti alla vita! E’ proprio così… Abbiamo vissuto delle straordinarie emozioni  che hanno lasciato dei segni indelebili in ciascuno di noi, e la conferma ci è stata data nel rincontrarci dopo più di 30 anni nei quali abbiamo messo su forse un po’ di pancetta e di rughe, tanti capelli d’argento o magari persi strada facendo, ma lo spirito e l’affetto sono rimasti immutati!!!


Come dimenticare le scorribande nelle vie di Cagliari, o nel lungomare poetto quando il “dolcissimo” Aldo ci consigliava (col frustino naturalmente!!! ) di fare 20 Km. alle 5 del mattino???...e come sarebbe stato possibile non sganasciarsi dalle risate quando, in una freddissima mattina invernale mentre una quindicina di noi correva ancora al buio tra le vie cittadine, in piazza San Benedetto per l’esattezza, vedere Giuliano che, come in un cartone animato, si schianta su un palo della luce accasciandosi a terra tenendo abbracciato il palo??? E quante volte noi ragazze ci siamo nascoste all’occhio vigile di Aldo, nei pomeriggi invernali scaldati da un tiepido sole, per ridere e scherzare, per parlare, per farci confidenze, per scambiarci impressioni e giudizi di adolescenti… e poi  all’impazzata… corsa di rientro al campo CONI per farci aumentare velocemente le pulsazioni!!! Quanto ci sarebbe da raccontare, che esperienze indimenticabili, quanti bei ricordi emozionanti legati a quegli anni…. Che dire poi del rito, per un folto gruppo di atleti e non, della colazione domenicale al Mediterraneo, le zeppolate o i pranzi fatti nelle nostre case, le gare, le trasferte, le gite per partecipare ad una campestre o ad una gara su strada in qualche paesino… con le macchine cariche di panini, di torte fatte in casa… Sono stati proprio bei tempi e spiegare o parlare oggi di quelle sensazioni è quasi impossibile… se non con le persone che hanno condiviso con noi gli anni d’oro dell’atletica.

Anna

 

 

Ricordi ne ho tanti: le trasferte per le gare di staffetta a Viareggio, dove gareggiammo vicino alle “grandi” di allora, le varie corse campestri e le gare su pista al Coni. In particolare ricordo con dolore le volte che ho dovuto affrontare i 400 m, gara da me odiata. La ricordo con dolore perché quello che provavo era puro dolore fisico. Uscire dalla curva dei 200 m con le gambe imballate stile Pinocchio che parevano non muoversi più. E io che tra me supplicavo “andiamo dai, porca miseria, muovetevi!!”… In qualche modo arrivavo, qualche volta devo essermi ritirata, ma preferisco non ricordarlo.
Le mie gare preferite erano i 1500 e gli 800, anche se qualche volta feci i 3000 siepi, più per spirito goliardico devo dire. Infatti questa era una gara che chissà perché mi faceva ridere.
Ma quello che ricordo senz’altro con più allegria sono gli allenamenti quotidiani che facevo con le mie “colleghe” Marina e Anna. Eravamo giovani, andavamo alle superiori, quindi per allenarsi ci si alzava alle 5 del mattino, prima di andare a scuola. Si andava a correre un po’ per la città, che a quell’ora era semideserta, a volte al Poetto, a seconda della quantità di km da fare.
Le cose che ricordo meglio e che ancora a distanza di tanti anni mi fanno ridere, sono proprio i dettagli di questi allenamenti. Forse l’età così giovane ci faceva sentire poco la fatica e ci metteva dentro tanta voglia di divertirci.
Marina e Anna si muovevano di corsa a piedi da casa loro e venivano a prendermi verso le 5,15 del mattino sotto casa. Siccome avevano il divieto assoluto di suonare al citofono  perché avrebbero svegliato tutta la famiglia, le due furbacchione utilizzavano un altro sistema. Appena arrivavano iniziavano a fischiare, col risultato che così svegliavano l’intero quartiere: fortuna ha voluto che non siano mai state prese a gavettoni dalle finestre.
Ricordo una volta in particolare che non sentii il fischio, ma essendo già pronta scesi le scale e uscii in strada. Le trovai sdraiate sul marmo dell’ingresso che facevano finta di essere morte. A parte i calci che diedi loro per farle alzare, finì in vacca perché cominciammo a ridere come sceme, tenendoci la pancia per il dolore provocato dalle grandi risate…
Un’altra volta scesi e non le trovai giù ad aspettare. Immaginai che stessero combinando uno dei loro scherzetti e iniziai a guardare dietro le macchine per capire dove si erano nascoste.. Poi sentii parlottare in fondo alla strada e capii che erano loro. Le raggiunsi e vidi che avevano in mano un gattino piccolissimo che avevano raccolto in strada. Tutte commosse decidemmo di prenderlo e portarlo al custode del Coni che in quel periodo aveva numerosi gatti a mezza pensione intorno a casa sua. Il problema era dove metterlo mentre percorrevamo di corsa la strada fino al Coni. Poiché il giorno il nostro allenamento prevedeva scatti veloci in pista con le scarpe chiodate, avevamo con noi la sacchetta dei “chiodi” (così chiamati in gergo). Guarda caso la mia era di cuoio ed era quindi la più adatta per metterci il gattino dentro. Mentre correvamo ricordo che sentii provenire dall’interno della sacchetta dapprima dei rumori “strani”, poi… una puzza inequivocabile ! Marina e Anna sostenevano che il gattino aveva le colichette. All’arrivo al Coni, però, quando rovesciai la sacchetta uscirono, nell’ordine: il gattino, le mie scarpe, e un bel pezzetto di .…., ovviamente prodotta dal gattino ! Anche qui giù a ridere come cretine…
Già, l’età della spensieratezza!!
Gli insegnamenti migliori che ho preso da questa esperienza li ho capiti molto più avanti negli anni, quando ho capito che la vita, in fondo, è un campo di gara con se stessi. E che per superare i propri limiti e le proprie difficoltà bisogna allenarsi duramente ogni giorno… Ma questo è un altro capitolo.

Cristina



Io e Sandro eravamo compagni di scuola e fu lui, nell’autunno del 1972, a propormi  di frequentare il campo CONI in Viale Diaz.
Sin dal primo giorno rimediai i suoi insulti poiché, come in seguito ebbe modo di sottolineare, mi feci prendere per il naso (in realtà si espresse con toni più coloriti...) da un allenatore di un’altra società il quale, forse approfittando dei momenti in cui Sandro si staccava dal mio fianco, faceva opera di convincimento nei confronti di un neofita quale io ero, affinché mi “arruolassi” nella sua società.
Devo dire oggi, che pur riconoscendo ci sia stata azione di depistaggio, trovai questo personaggio simpatico, probabilmente in quell’occasione opinabile dal punto di vista morale nella condotta, ma è evidente che qualcosa mi spinse a farmi convincere.
Mi rendo conto parallelamente di quanto disappunto e delusione  la mia, chiamiamola così, arrendevolezza generò in Sandro.
Il tutto diede vita a uno sfottò reciproco sulle rispettive società di appartenenza, sino a quando, raggiunta maggiore consapevolezza, nel 1974 passai all’Esperia.
Destino volle che in V Ginnasio al Siotto, proprio in quell’anno nella mia classe arrivasse un nuovo acquisto, un pò taciturno, ma sempre pronto al sorriso e che evidenziò subito una particolare predisposizione nei miei confronti: mi faceva proprio incazzare in maniera spaziale, oltre ogni umana comprensione (ed anche se ora qualcuno si risente della scurrilità, dopo averci riflettuto attentamente, ho capito di non aver alternative, poiché oltre ad essere la realtà che peraltro dovetti a fatica accettare, incazzare è proprio il verbo che meglio rende il mio stato d’animo di allora).
Potrei quindi anche fermarmi, poiché è intuibile il perché abbia usato un verbo così colorito.  Ma voglio entrare nel merito: il mio animo francescano mi portò ad avvicinare Paolo, sempre così riservato, ed  a percepire che avesse stoffa, ma cavoli, non ne perdeva una!
Non c’era proprio verso di batterlo e mi faceva matto non solo il fatto che (se non lo aveste mai notato) mentre correva aveva stampato sul suo aerodinamico viso un sorrisetto idiota che pareva prendere per i fondelli tutti gli altri, ma che regolarmente mi stracciasse lasciandomi mediamente un anno luce: era decisamente i-n-s-o-p-p-o-r-t-a-b-i-l-e!!!
Una volta rassegnatomi (sic!) ed abbandonata l'idea di sfidarlo io in motorino e lui a piedi, lo portai al campo, come aveva fatto Sandro con me, lo presentati a Benito ed iniziammo ad allenarci la mattina presto, prima di andare a scuola, spesso insieme al buon Roberto.
Poi giunse la prima gara ufficiale di Paolo, che fece faville, mi pare con un secco “11 e due” e Aldo (notoriamente prodigo di elogi ed incoraggiamenti per tutti sempre comunicati con estremo garbo e sottovoce) mi disse, facendomi prima meravigliare e poi inorgoglire, che avevo avuto ottimo fiuto.
Il resto è storia

Gianfrancesco

 

A Roberto

Arrivano inaspettate alcune telefonate, mail e messaggi: Gianfrancesco, Aldo, Maura, Cristina…
Sabato 25 ci rivediamo, dopo soli… trent’anni: “facci avere prima delle foto e un tuo pensiero”.
Faccio delle ricerche archeologiche per trovare qualche vecchia foto dell'atletica. Qualcuna la trovo. La prima che mi capita tra le mani è un traguardo dei cento metri. Salvo errore potrebbero essere le finali provinciali allievi degli studenteschi del 1976. Forse. Se la data è quella, ma potrebbe essere prima, avevo sedici anni. Riconosco Gianni col pettorale numero 25 e Roberto col numero 126. Entrambi erano miei compagni di società all’UCLA e con loro, tutti i giorni per tanti anni, mi sono allenato al campo CONI. Io correvo con il 17. Tutti e tre facevamo velocità: soprattutto i 100, i 200 e la 4x100. Avevamo iniziato con gli 80 metri nella categoria ragazzi. Nell’occasione correvamo per i nostri diversi Istituti. Io per il Michelangelo, Roberto per il Dettori, Gianni, mi sembra, per il Pacinotti. Roberto non c'è più, ci ha lasciati, troppo presto, ormai tanti anni fa. Mi sembra ancora di sentire le sue battute e la sua risata grassa e contagiosa. Sicuramente non vorrebbe che questi bei ricordi, virassero verso la malinconia: lo eviterebbe, se potesse, con una delle sue grasse risate. Ridicolizzerebbe la malinconia con una sua battutaccia goliardica. Ne sono certo.
D’accordo Roberto, niente malinconia. Qualcosa però devo pur scrivere.
Perché non mi dai una mano tu? Che ne so, un suggerimento… Del resto, oltre che per l’UCLA hai corso per il “Dettori”. Studi classici, dunque: chi meglio di te…? Ecco, ci siamo. Potrei parlare di quello che credo di aver imparato in quegli anni e di cosa quegli anni mi hanno lasciato. Ma non della fatica, dell’adrenalina, della tecnica. Non, ad esempio, degli innumerevoli tentativi per trovare l’intesa necessaria per ricevere il testimone dal tuo compagno di staffetta. Né delle distanze calcolate mettendo un piede davanti all’altro per poter trovare il punto esatto in cui partire e il giusto momento per tirare fuori il braccio quando il compagno alle tue spalle ti urlava il fatidico “op!” Non voglio parlare neanche di come Benito, a cui va il mio ringraziamento e la mia gratitudine per tutto il tempo e la pazienza spesi, abbia corretto la mia falcata che talvolta andava troppo verso l’alto piuttosto che in avanti. E nemmeno di come abbia cercato di guadagnare uno o due decimi di secondo.
Non voglio parlare neanche di come l’attività agonistica e gli allenamenti quotidiani abbiano contribuito, successivamente, negli anni, a mantenermi in buona salute, né del fatto che mi abbiano lasciato quel senso dell’inutilità di prendere l’ascensore e di come anzi mi piaccia salire le scale in corsetta facendo i gradini a due a due. Né della voglia che mi è rimasta di correre quando ho un’ora libera magari al Poetto o a Monte Urpinu. O meglio, di “fare chilometri” come dicevamo allora, così come si faceva durante le “invernali”. E questo con i non pochi benefici che ne derivano ...
Vorrei invece dire, ma non trovo le parole (aiutami tu Roberto!), che tutti quegli anni passati mi hanno lasciato molto di più.
Ho imparato che la tua piccola o grande vittoria personale te la devi costruire, te la devi sudare, giorno dopo giorno. Che non devi arrivare impreparato alla gara. A tutte le gare che quotidianamente la vita ti fa affrontare. Soprattutto con te stesso. Ho imparato il rispetto per l’avversario che compete lealmente con te. Ma anche che il suo rispetto te lo devi guadagnare. Ho imparato che non ci si potrà mai considerare vincitori se la vittoria è frutto del caso o, peggio, se si è ottenuta violando le regole. Che il senso di sconfitta non esiste se si è capaci di capire dove si è sbagliato e di questo si fa tesoro per poter dare il meglio di sé la volta successiva e che, se ti sei preparato seriamente, potrai anche non vincere, ma non ti considererai mai un perdente.
Si, questo credo di aver imparato. Prepararsi bene per cercare di vincere ti insegna anche a saper perdere bene. Di più: puoi perdere con gli altri ma vincere con te stesso. E per questo ringrazio chi ha speso e condiviso il suo tempo per me e con me in modo disinteressato e con passione.
E’ tardi e sono solo al buio davanti al video del portatile. La mia mente comincia ad annebbiarsi. Mi sembra di sentire alle spalle una risata grassa e contagiosa.
“Cosa sono tutte queste cavolate?! Ma quando mai avresti imparato che prepararsi bene per vincere ti aiuta a saper perdere?! Anche quella volta, si, la volta della fotografia, sono arrivato prima io! E, se la memoria non m’inganna, mi sembra che non l’avessi presa così bene…”
“Beh Roberto, che ti devo dire… ho imparato dopo…”.
E la sua risata contagia anche me.

Giorgio





Perché UCLA? Cioè: come nacque proprio quel nome? A chi venne la felice idea? Chi fu l’autore di questa fortunata intuizione che diede vita a una stagione sportiva entrata nella storia dell’atletica? Il mistero non è stato mai chiarito, il dilemma è ancora irrisolto e la disputa per l’attribuzione di questo prestigioso riconoscimento, dopo quarant’anni esatti, è tuttora aperta.
Ma io, quel giorno, c’ero!
E allora, per svelare una volta per tutte questa leggenda, facciamo un salto indietro nel tempo…
“Ma Benito dov’è?”
“Non gridate che voi svegliare Tatiana. Benito dice di non preoccupare per lui. Cominciate parlare”
Consapevoli che per Eija la collocazione delle preposizioni semplici e articolate è ancora un’impresa ardua e comunque sempre ammirati per come si è adattata in un paese così lontano e diverso dal suo, io, Andrea, Antonello, Franco e Salvatore abbassiamo ubbidienti il tono della voce e continuiamo a spalmare nei biscotti italiani la deliziosa marmellata finlandese di mirtilli che la padrona di casa ci offre nel suo colorato giardino di via Ippodromo, a pochi metri dalla spiaggia candida del Poetto. E’ un tipico e soleggiato pomeriggio novembrino cagliaritano, e mentre nel resto d’Italia in questo mese fa freddo e accadono fatti di grande rilievo (nuova legge sull’ordine pubblico che introduce il fermo giudiziario, uccisione di Pasolini, premio Nobel per la medicina a Dulbecco, istituzione per la prima volta del divieto di fumo in pubblico), il nostro allenatore, con ordine perentorio, ha affidato al gruppo dei suoi velocisti un compito altrettanto importante: “al nome della nuova società pensateci voi, ci vediamo a casa”.
“Ma Benito dov’è?” ribadiamo.
“Andato seguire pesi di Alberto e Francesco”
Eh già, infatti mancano anche quei due. Alberto e Francesco sono due promettenti gemellini dello sprint targato Benito: medesimo stile di corsa, stessa circonferenza delle cosce e identiche prestazioni, ma entrambi in possesso anche di uno spiccato senso dell’umorismo e di una grande generosità. E’ rimasto emblematico un episodio accaduto pochi mesi prima. Alberto aveva vinto la finale dei 100 ai campionati studenteschi, ma senza l’attesa sfida con l’amico rivale, sfumata perché Francesco, pur avendo stravinto la sua batteria, era stato inspiegabilmente estromesso dalla finale per decisione del giudice Patteri. Allora Alberto, al momento della premiazione, dopo aver invitato Francesco a salire sul podio, gli aveva messo al collo platealmente e polemicamente la medaglia d’oro, con gesto di grande fair play sportivo apprezzato da tutti. Da notare che l’anno precedente, sempre ai campionati studenteschi e sempre nei 100, io vinsi nettamente la finale ma venni retrocesso al secondo posto tra lo sbigottimento generale. Il giudice di gara era sempre lo stesso ed è scontato dire che da quel giorno fu da noi simpaticamente soprannominato  “Patteri ogu de paneri”.
“Ma Benito dov’è?” non rinunciamo.
“In palestra di Anna, lui prende bicicletta, non macchina. Ecco, sapevo, Tatiana svegliata”.
Ci corre incontro un’incantevole bambina di un anno e mezzo, bruna di carnagione ma con gli occhi azzurri e i capelli biondi, perfetta sintesi tra il nord e il sud dell’Europa e magico incrocio cromatico di bellezza finnica e mediterranea. E’ abituata alla frequente presenza di questi ospiti nel giardino di casa e naturalmente le piace stare al centro dell’attenzione. Anche in questa occasione quindi si fa coccolare a turno da tutti sino a quando però un’improvvisa e inconfondibile fragranza ci fa intuire che uno di noi dovrà occuparsi con più cura di lei. Ma mentre ci guardiamo preoccupati per decidere a chi toccherà il delicato e prestigioso incarico, Eija, che solitamente tollera e anzi incoraggia un compito francamente non sempre da noi eseguito alla perfezione, interviene liberandoci da quell’incombenza: prima ci rimpinza ancora di biscotti e mirtilli e poi porta via l’angelo in un luogo più consono all’operazione, scomparendo dentro casa e ricordandoci il nostro dovere.
“Ma Benito dov’è?” ormai siamo rassegnati.
“Intanto voi pensare a nome di nuova società”.
Dunque, facciamolo questo nostro dovere. Non abbiamo direttive e nemmeno indicazioni, in realtà non sappiamo neanche perché abbiano affidato un compito così importante proprio a noi. Però evidentemente Aldo e Benito si fidano del nostro senso di responsabilità e anche della nostra sorgente creativa. E poi vale la pena essere qua solo per gustarci questa favolosa marmellata, di cui stiamo facendo un’abbuffata ormai senza dignità. Adesso però c’è da tirar fuori qualche idea, possibilmente non con la bocca piena, e Salvatore, il più anziano, sprona il gruppo dalle fibre bianche a non perdere più tempo e darsi da fare. “Troppo recupero” direbbe Benito. Tutti forse siamo arrivati con delle ipotesi e il rischio di non trovare una decisione collettiva è possibile (centu concas e centu barrittas), ma l’obbiettivo è talmente importante e il gruppo così unito che sicuramente si andrà via dalla riunione con un nome certo e condiviso. Ecco, appunto, intanto è meglio un appellativo o un acronimo? E' preferibile una denominazione autorevole o semplice? Solenne o popolare? L’opinione però è comune su alcuni aspetti inderogabili: innanzitutto nel nome andrà citata Cagliari, dovrà poi essere esplicito che si tratti di una società di atletica leggera e inoltre sarà indispensabile evidenziare lo spirito autonomistico che contraddistinguerà questo nuovo soggetto sociale. Quindi? Iniziano i primi timidi abbozzi di proposte, ma con scarsa convinzione e da subito ci rendiamo conto che il nome secco, con le prospettive scelte, è una soluzione difficile. Allora passiamo all’acronimo ed ecco che le idee si fanno più concrete. Io, Franco e Antonello proveniamo dai famosi centri di avviamento del CONI, che si chiamavano CAAL (Centri di Addestramento di Atletica Leggera) e che negli anni ’60 hanno sfornato tanti buoni atleti: la prima proposta è dunque una manifesta citazione di quella sigla, ma con termini diversi, cioè Cagliari Atletica Libera. Il modello sembra efficace ma non ancora convincente. Ci vuole qualcosa di più originale. Sarà per l’aria tiepida, sarà per il rumore delle onde e la vista della spiaggia candida, ma qualcuno alla mia sinistra (c’erano Antonello e Andrea) esce con una di quelle intuizioni che, come si suol dire, illuminano: “che bello! sembra di essere in California…” e poi immediato e spontaneo come il tappo d’una bottiglia di spumante… “l’UCLA!” Ora, tutti sanno cosa rappresenta il nome di quella terra solare e libera, socialmente e culturalmente seducente, sogno e meta dei ragazzi della nostra generazione. E tutti sanno anche cosa identifica quella leggendaria università e il suo formidabile settore sportivo da cui sono usciti campioni come Kareem Abdul-Jabbar, Bill Walton, Arthur Ashe, e che proprio da quest’anno accoglie l’astro nascente dello sprint femminile Evelyn Ashford, ma anche il cantante-mito Jim Morrison, l’attore ribelle James Dean, la femminista radicale Angela Davis, tanto amati dai giovani. L’attimo di silenzio che segue è significativo e per la prima volta nessuno osa mangiare: un rapido scambio di sguardi ci fa capire che le sensazioni corrispondono e la folgorazione è globale. Trovare le parole corrispondenti alla sigla, a quel punto, è solo una logica e banale formalità.
Unione Cagliaritana Libera Atletica. E la strada che unisce la California alla Sardegna è tracciata.
“Ecco Benito!”
“Comprare marmellata!”
P:S. Nell’attimo solenne non sono riuscito a distinguere la voce di colui che tra i due ci diede l’impulso risolutivo… chiedete a loro…

Ferdinando




Se...
Se ti alzi la mattina e  la seconda cosa che senti, dopo la sveglia, è il tendine d’Achille che ti pulsa nel pavimento o la schiena rigida che ti ricorda anni di mezzo squat e, guardando la finestra, vedi gli alberi muoversi, e ti ricordi che non è più molto importante se oggi c’è molto vento per chi va in pista...
Se
continui a rinnegare ascensori e scale mobili, e ti piace pensare che non ti sposti più di corsa perché hai i jeans stretti o la borsa della spesa...
Se
guardi ancora in tv anche le stracittadine, mentre tuo figlio piagnucola per vedere i cartoni e resisti…
Se
ti interessa ancora sapere chi porterà la bandiera alle Olimpiadi e continui ad andare ai campionati sardi, e, quando incontri i vecchi amici, rispolveri grandi programmi, a partire da lunedì…
Se
ciclicamente ti riaffacci in pista, molto propositivo!.. e facendo lo stronzo sugli ostacoli ti stiri per la millesima volta…
Se
i tuoi alunni non credono che quell’immagine sul cellulare sia proprio il prof, con i capelli, poi!.. E ridono increduli quando gli snoccioli i tempi di quarant’anni fa e ti sfidano “a resistenza”...
Se
alla pizzata con i vecchi amici non sei stanco di ricordare le stesse cazzate, dimentichi e confondi nomi, luoghi e date trasformando eventi improbabili.
Se
incontri un ex atleta e la prima cosa che gli chiedi è se “si muove ancora”, sbirciandogli critico gli addominali...
Se
hai portato tuo figlio al campo, e ti chiedi se avrà la forza e la voglia di resistere alla fatica, alla pioggia, allo sconforto, se potrà avere quello che tu hai avuto e ricordare quello che tu adesso ricordi e condividerlo con gli amici di sempre come tu lo condividi ora.
Se
tutto questo lo conservi, e ti piace riviverlo, e credi, né hai mai dubitato che sia stato bene averlo vissuto:
Allora, non c’è dubbio e non importa quando: sei uno che ha fatto atletica…

Franco


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